Quando la cucina è un fuoco sacro che tiene vive le tradizioni enogastronomiche della famiglia e di un intero territorio

Intervista a Maria Pinto,l’anima de La scuola di cucina

Classe 1941. Quello per la cucina per Maria Pinto – all’anagrafe Maria Concetta quell’8 dicembre di festa - è un fuoco sacro che mantiene vive le tradizioni gastronomiche di almeno tre generazioni, le nonne, le zie e la mamma, che da bambina affiancava nella preparazione di piatti tipici e specialità salentine. Era alta poco più un metro che le sue mani impastavano i primi purceddhruzzi e non c’è un Natale, in famiglia, che non abbia da allora avuto il profumo di miele e d’arancia, di cannella e di pinoli. Ancora oggi, Maria ricorda quel giorno in cui il padre, di ritorno a casa, sentendo nell’aria l’odore dolciastro della ricetta natalizia, indovinò che quell’anno la mano in cucina non era la stessa…


Era nata una cuoca. Anzi, Tutticuochi

Di tempo ne è passato tanto, e Maria ha portato in tavola le tradizioni enogastronomiche salentine per le generazioni successive: alla sua tavola si sono avvicendati i familiari, i figli e gli amici dei figli, poi i figli dei figli e gli amici dei figli dei figli e non corriamo il rischio di dire che quando sono tutti insieme, Maria e famiglia, c’è da giocarsi davvero dei bei numeri! Da lì alla condivisione di ricette e segreti, storie e aneddoti, il passo è stato breve, tanto che nel 1999 nasce Tutticuochi, la prima scuola di cucina nata facendo un po’ di spazio nella storica villa di famiglia e ospitando turisti e appassionati provenienti da ogni parte del mondo.

La scuola di cucina, da condivisione a experience

Come hai vissuto tutti questi anni di esperienza internazionale, a contatto con tutto il mondo, sapendo che saresti comunque rimasta nella tua terra?

“E’ stata un’esperienza straordinaria, come un viaggio intorno al mondo… nella cucina di casa mia. Un percorso fatto di condivisione e reciprocità, perché lo scambio di culture e di tradizioni si è trasformato in uno scambio di emozioni. E tra degustazioni e cene, perché si andava inevitabilmente a finire poi tutti a tavola, sono nate tante nuove amicizie” …

Che significa oggi, tra purcheddhruzzi, ‘ncartheddhate da banco, portare avanti le tradizioni di famiglia e del territorio?

“Sì, è vero, oggi si trova tutto già pronto, ma un dolce tradizionale non fa la tradizione, che risiede in tutto quello che ruota intorno alla sua preparazione, dall’acquisto di tutti gli ingredienti a ritrovarsi davanti a un tavolo, grandi e piccoli, e dar vita a un vero e proprio rito, che sia di famiglia, o tra amici, o tutte e due come spesso accade in casa nostra, solo così si preserva la cultura di una comunità e di un territorio e nascono i nuovi ricordi delle generazioni future”.

Un ricordo di Maria fra tanti?

“E’ legato alla nascita di mio fratello, Franchino, dieci anni più piccolo di me, del 1951. Mia madre era tornata appena dal lavoro ed era pronta a impastare i purceddhruzzi della tradizione, verso sera - dopo le 8 e mezza, le 9 - come si usava un tempo, mai prima. Ma il bambino piangeva e piangeva… Così andai ad addormentarlo prima io, mentre mamma era in cucina. Ma sul più bello si rimise a piangere, e questa volta andò lei. Così mi trovai in cucina, completamente sola, davanti alla fontana di farina. Quello fu l’anno dei miei primi purchddhruzzi”.

Che ne sanno i piccoli di casa della tradizione?

“Prova a chiedere alle mie nipoti che significa ‘nturrare”!

Mariapaola Pinto

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